Cielo sul fondo d'un empireo abisso

Cielo sul fondo d'un empireo abisso

Co' l'aggiunta d'un saggio istorico-medico su la Mignatta
CLUEB, Bologna, 2005

Monaci, stilìti, martiri, anacoreti, santi ed imperatori bizantini ballano il trescone nelle pieghe più nascoste del Tempo, a ritmo di decasillabi, endecasillabi, dodecasillabi, doppi settenarj, doppj ottonarj, alessandrini, dando il braccio ad agenti in incognito & ingegneri sabotatori... ma qui il girotondo si fa saliscendi: da cielo a pozzo, da l'Empìreo a l'Abisso.

Quaranta novelle un po' surreali, concise o profuse, dallo scherzo al "noir", sgangherate in accenti, per le notti di mezza estate, fra zanzare anofeli e mignatte: dove la Sanguisuga Officinale ci dà contezza di sua triste istoria.

— Estratto dall'Iconologia & agiografia bizantina —

Pascale Bajlonne nacque, campò, morì.

Nella verde stagione di sua giovanezza ambiva di fare il soldato. Un giorno sfangava le suole da solo soletto per la regione Apulia e vedeva brillare a intervalli grandissimi fuochi e tutto il giro dell'orizzonte dal mare al tavoliere strinato di fili di fumo che si sfilacciavano contro il sole alto nel cielo azzurro cromo d'uno smalto oltremare cobalto. Capitò nella prima borgata e s'accostò a un barroccio di pignatte e carabattole parcato sotto il tendone a ridosso della strada maestra col somaro che triturava la biada del sacco e flagellava con la coda le mosche, indifferente come un ciottolo della terra o come il sole stampato nel cielo.

Quel baroccio era un posto d'ingaggio: seduto a uno sgabello dietro una panca il centurione furiere della legione Ferrata Cesarea Vincitrice faceva segnar la crocetta sur una tavoletta incerata ai nuovi sparuti coscritti. Domandò cos'eran quei fuochi e quei fumi ed il centurione furiere, che si chiamava Messalino Traba, gli fece la faccia da furbo: «Non sai, non hai ancora imparato, zuzzurellone selvatico, che se non c'è fumo non c'è manco arrosto?». Fu così che Pascale Bajlonne capì che i ribelli d'Apulia bruciavano borghi e bifolchi per infastidir le legioni di Roma.

Stava per far sulla cera la sua brava crocetta che all'improvviso il furiere vuol di preciso sapere se porta di solito armi. «Certo che porto le armi: ho con me da quand'ero bambino il mio temperino!». «Fammi vedere, dà qua, se ci tieni a firmarti soldato». Pascale frugò nel corpetto, rivoltò le saccocce al gabbano, cincischiò con le tasche dei suoi pantaloni sbottonando finanche la patta ai calzoni, ma del temperino né ombra né impronta. «Se non sai badare a un temperino, figuriamoci al gladio ed al pilo!» brontolò il centurione furiere. «Vattene pur via di qua, bardassa, e non farti vedere, che proprio non vali di certo stipendio di Roma…».

Questo libro è analizzato nella Scheda critica sull'opera di Paolo Zoli